Mio padre era nato nel 1926. Visse i suoi primi vent’anni sotto la dittatura fascista. Non amava raccontare, però diceva che si capiva quanto gli organi dello Stato fossero asserviti al fine di preservare e perpetuare il regime; e che si dovesse essere guardinghi, perché la certezza del diritto poteva essere piegata agli interessi di parte e del momento.
Non sono un cultore della retorica della Costituzione “più bella del mondo”. Non credo che le frasi apodittiche ne possano determinare il valore e la sacralità. Credo che il suo valore risieda nello sforzo comune di altissime personalità di tutti gli schieramenti politici che hanno avversato la dittatura e contribuito a riportare l’Italia nel solco di una libera democrazia occidentale. E sottolineo le parole “sforzo comune”.
Ogni articolo ed ogni parola sono il frutto di uno studio accurato volto ad elevare i princìpi generali e diritti universali al di sopra degli interessi di parte. Attraverso confronti intensi a volte anche aspri, ma sempre culturalmente ed intellettualmente adeguati all’altezza del compito, furono definiti testi e costruzioni istituzionali che garantissero ogni italiano dal pericolo di ricadere in una situazione in cui - di nuovo - non si fosse più tutti uguali, ma “ci fossero alcuni più uguali degli altri” (Orwell, La fattoria degli animali).
Ho quindi una naturale diffidenza verso modifiche che non siano il risultato di un’analisi condivisa da tutte le forze politiche; figuriamoci per proposte apertamente avversabili non solo da schieramenti contrapposti ma anche dall’uomo comune.
Impostata così, sulla base dei rapporti di forza in parlamento, ovviamente questa proposta non può avere – ammesso che l’abbia mai avuto – carattere tecnico, bensì esclusivamente politico. Con buona pace di tutti coloro che si prodigano per sostenere il contrario. Compresi quelli che, sventolando le coccarde della loro preparazione giuridica, non fanno che mostrarsi o ingenui o piazzisti di patacche invendibili.
Non c’è quindi alcun bisogno di addentrarsi nei dettagli tecnici, già di per sé ridicoli, di questa riforma. E nemmeno nelle stupefacenti aperte confessioni degli stessi promotori, a partire dall’imbarazzante ministro Nordio, sul vero scopo di questo sfregio costituzionale.
C’è solo da sottolineare che quando questo governo avrà completato il suo disegno di sottrarre i politici dal controllo della magistratura, come ha già fatto con la Corte dei Conti, nessuno di noi sarà più al sicuro. Il passo successivo sarà quello di orientare la magistratura verso quelli che non la pensano come loro. E poi verso che quelli che possono essere un ostacolo ad ogni capriccio.
Allora saremo tornati a dover essere guardinghi. E io tornerò sulla tomba di mio padre a dirgli che cento anni sono passati invano.
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Giorgio Alessandrini, 3 marzo 2026
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