Avevano smesso di frequentarsi perché lei lo percepiva distante e solitario. Non si sentiva serena. Si, quando erano insieme era premuroso e avvolgente. Le rapiva i pensieri e i sensi, e lei si perdeva in quell’atmosfera fatta di parole, di luci soffuse, di baci e di occhi.
Eppure, proprio il senso di intima condivisione della magia di quegli istanti ne rendeva penosa l’assenza nella quotidianità . Sapeva che è impossibile proiettare la soavità dell’incontro di due anime nella vita di tutti i giorni, ma la frustrazione di non poterla neanche evocare le pesava come un malessere.
Non sapeva bene cosa le mancasse, ma le sembrava qualcosa a cui non dovesse rinunciare. Forse solo una presenza più costante e rassicurante, che le facesse vivere la sensazione di essere parte di qualcosa di più grande.
Così aveva optato per una quieta distanza. Restavano l’affetto e la stima. Le cortesie e le premure di messaggi gentili. Restavano, soprattutto, i ricordi di momenti sublimi che nella notte diventavano struggenti e la avvolgevano in un’irrequietezza che la pervadeva, e da cui non riusciva a liberarsi.
Lui rientrava da una cena con amici. Mentre scherzava con loro, un pensiero però si andava insinuando insidioso. Più provava a scacciarlo e più quello si faceva largo. Guidava in silenzio, seguendo quel pensiero invadente.
Parcheggiò ad un incrocio da dove poteva controllare la via a cui l’aveva condotto quell’insolita impazienza. Stette lì, in silenzio. Dopo un’ora, a notte ormai fonda, iniziò a chiedersi che diavolo stesse facendo lì, ma poi vide i fari di un’auto che rallentava e si fermava. Quando la riconobbe fu come se il peso dell’irrequietezza di quella sera si immergesse nelle acque profonde di un mare buio.
Mise in moto e si fermò davanti a lei, che nel frattempo era scesa. Rimase impietrita. I loro occhi si guardarono a lungo. Lei ebbe solo la forza di chiedere – Cosa fai qui? -. – Confermo una sensazione – rispose lui.
La situazione era fin troppo chiara e lei, affranta, non riuscì a sostenere il suo sguardo e chinò il capo. – Portami da te -, provò a sussurrare.
Senza staccare gli occhi dal suo viso, che lei aveva rialzato in attesa, le rispose – Affrettati a suonare. Vista l’ora, deve valerne la pena -.
Poi risalì in macchina e partì.
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Giorgio Alessandrini, 23 luglio 2026