
Nel maggio 2021 l’allora segretario del PD Enrico Letta ipotizzò l’introduzione di una più alta tassa di successione sui grandissimi patrimoni, e fu subissato da una marea di critiche da chi aveva interesse e risorse da spendere per conservare intatte le sue ricchezze.
Oggi, non Elly Schlein in particolare ma la sinistra in generale ricasca nello stesso errore con la proposta di una patrimoniale per i ricchissimi.
Intendiamoci, entrambe le proposte sono altamente condivisibili, e non esiste che una sinistra degna di questo nome non proponga forme di redistribuzione che tutelino le opportunità e le garanzie sociali delle classi più deboli del paese.
Il problema è ancora, come cinque anni fa, quello della comunicazione.
Sembra una banalità, ma occorre dirlo. Se il Partito Democratico si è finalmente convinto della necessità di riforma fiscale, il primo errore da evitare è quello di presentarla in pillole, perché ogni singola proposta, scorporata dalla visione generale, come si vede, viene facilmente impallinata da avversari politici e singole categorie colpite, producendo uno stillicidio di critiche che renderebbe inattuabile la riforma nel suo complesso.
Lo scopo della riforma fiscale non è quello di reperire risorse per singoli interventi, temporanei o duraturi che siano. Ciò che bisogna prefiggersi, e soprattutto illustrare con chiarezza, è la drastica riduzione del reddito imponibile per i ceti medio-bassi e medio-alti, cioè la stragrande maggioranza dei ceti produttivi del paese.
Tale obbiettivo è nello stesso tempo fiscale e monetario, oltre a rispondere ad evidenti criteri di equità in un mondo che negli ultimi decenni ha registrato il continuo allargarsi della distanza tra i pochissimi sempre più ricchi e le masse sempre più in difficoltà.
È fiscale perché deve spostare il peso del sistema tributario dall’imposizione sul reddito da lavoro a quella sul reddito da capitale, nonché dalle imposte sul reddito a quelle sul consumo. Si devono ridefinire più aliquote progressive che favoriscano i ceti più deboli. I più ricchi ne saranno certamente svantaggiati, ma non tanto da non rendere sempre stimolante e conveniente il raggiungimento di più elevati livelli di reddito e benessere. Infine, si deve raggiungere finalmente una drastica riduzione dell’evasione e dell’elusione, redistribuendo il carico del gettito Irpef, che oggi grava per l’85% sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.
E’ monetario perché la riduzione del reddito imponibile, attraverso la detraibilità delle spese elettroniche, aumenta la liquidità disponibile nei ceti con più alta propensione al consumo, stimola la domanda di beni incrementando il gettito Iva, scoraggia la diffusione del lavoro nero (se posso scaricare tutto lo stipendio della colf, la metto in regola) favorendo garanzie e contribuzione dei lavoratori precari, diminuisce gli abusi sui reddito di inclusione e sostentamento, e quindi il fabbisogno di copertura economica.
Il Partito Democratico deve capire che la riforma fiscale si presenta individuando con precisione le persone da difendere, non quelle da attaccare. Per ottenere un solido e convinto consenso dalle prime, che peraltro sono la maggioranza assoluta degli italiani e, aggiungo, dei votanti. Gli altri hanno già i loro riferimenti politici, a cui delegano la tutela dei propri cospicui interessi.
Spesso nei convegni, a fronte della mia ferma convinzione che ci si debba rivolgere con chiarezza ai ceti popolari e medi e soprattutto ai lavoratori dipendenti e pensionati, lasciati soli e indifesi in questa battaglia fiscale, mi sento rispondere da nostri parlamentari famosi e piacioni che “noi dobbiamo saper parlare a tutti”.
Replico sempre con franchezza nello stesso modo: a forza di voler parlare sempre e comunque a tutti, finiamo per non dire mai nulla a nessuno.
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Giorgio Alessandrini, 6 giugno 2026