venerdì 1 dicembre 2023

Il Premier "eletto dal popolo"

La riforma istituzionale proposta da Meloni

Il Premier "eletto dal popolo"
Nei primi anni 90 il Presidente “picconatore” Cossiga disse brutalmente in un’intervista televisiva: “in caso di conflitto istituzionale tra Presidenza della Repubblica e Presidenza del Consiglio, il Presidente della Repubblica resta e il Presidente del Consiglio va via”. 

La motivazione risiede nella diversa legittimazione delle due figure istituzionali, non disegnate a caso dall’Assemblea Costituente. Più alta quella del Presidente della Repubblica, eletto con maggioranza di due terzi a Camere riunite con l’aggiunta di tre delegati per ogni regione italiana (art. 83), quali rappresentanti di tutto il popolo italiano. Minore quella del Presidente del Consiglio che, su incarico del Presidente della Repubblica, forma un governo che ottiene la fiducia di una parte delle camere, cioè della maggioranza che ha vinto le elezioni. 

L’elezione diretta del Presidente del Consiglio potrebbe invece creare situazioni di grave imbarazzo costituzionale. In caso di conflitto tra le due figure chi dovrebbe avere precedenza? Un Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento (che rappresenta tutto il popolo italiano), oppure un Presidente del Consiglio eletto dal popolo (ma in cui si riconosce solo una parte dello stesso)? 

Sarebbe sufficiente una pronuncia della Corte Costituzionale a sanare il conflitto? E soprattutto, visti i tempi in cui viviamo e la volgarità del dibattito politico e mediatico, basterebbe a sedare gli animi? Non fioccherebbero invece le invettive feroci, le denunce di golpe, i tentativi di forzature istituzionali, le chiamate alla piazza? 

Perché mai dovremmo metterci in una situazione del genere, che renderebbe il Paese estremamente vulnerabile e ancora meno credibile di quanto non sia già ora? 

Invece di sventolare bandierine per distrarre l’opinione pubblica dalla evidente difficoltà di questo governo non solo a risolvere ma anche ad affrontare i problemi più importanti del Paese, forse Meloni potrebbe dimostrare con argomentazioni chiare e inconfutabili attraverso quali accorgimenti e quale costruzione costituzionale si può sventare il pericolo di un gravissimo conflitto tra poteri dello Stato. Sì, perché le idee che attualmente corredano la proposta di elezione diretta del “premier” sono comiche. Prima tra tutte la proposta che prevede, in caso di caduta del premier, che il Presidente della Repubblica possa incaricarne un altro solo nell’ambito della maggioranza che ha vinto le elezioni. E per una sola volta, dopodiché sarebbe obbligato a sciogliere le camere. 

Una proposta ridicola, che di fatto costituzionalizza la inevitabile creazione del Giuda di turno, il quale tramerebbe fin da subito – ancora prima delle elezioni - per scalzare il premier eletto e prenderne il posto, restandoci ancora più saldo del primo, in quanto garantito dalle inevitabili elezioni anticipate nel caso della sua caduta. In un sistema elettorale in cui vincono le coalizioni, i partiti più piccoli delle stesse acquisirebbero un potere di ricatto enorme sul premier, e la sua legittimazione popolare non sarebbe affatto sufficiente a tenerli a freno. Ve lo immaginate Salvini, in caso di Meloni eletta dal popolo? 

In un Parlamento di individui ignoranti e volgari che si sono autoselezionati con le liste bloccate, completamente scollegati dalla realtà della gente comune e per i quali i giochini di potere sono l’unica cosa a cui prestare attenzione, le trame nascoste sarebbero all’ordine del giorno e la forza del premier “eletto dal popolo” sarebbe una tragica illusione. Il vero soggetto forte di un disegno istituzionale così mal concepito sarebbe invece chi riesce a farsi indicare come vicepremier. La proposta approvata il 3 novembre scorso lo chiama il “sostituto”, ma in realtà sarà la persona più pericolosa, viscida e laida della coalizione. 

Il disegno di legge costituzionale per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri è un guazzabuglio da cestinare immediatamente, frutto del pressapochismo e della scarsa cultura di parvenu della politica che pensano che governare sia dire al popolo quello che esso vuole sentire, dopo averne creato il bisogno. 

La realtà però è più complessa e richiederebbe persone preparate. E soprattutto serie. 

La funzione legislativa e quella esecutiva sono state oggetto di significative trasformazioni negli ultimi trent’anni. Il Parlamento sembra raramente in grado di svolgere la sua funzione legislativa in modo autonomo, sia perché la preparazione ed il livello qualitativo dei parlamentari sono crollati a causa dei sistemi elettorali che prediligono piacioni e yes-men del capo partito al posto della dignità e dell’autorevolezza dei singoli, sia perché il mondo moderno richiede spesso decisioni rapide che favoriscono lo strumento del Decreto Legge del Governo, sui quali gli eletti si schierano come tifosi allo stadio. 

In questo quadro, l’intenso dibattito che si svolse nell’Assemblea Costituente sulla figura del Presidente del Consiglio e sul suo ruolo in rapporto ai ministri del suo Governo va ristudiato con attenzione e senza pregiudizi nella sua pratica realizzazione di questi ultimi settant’anni, per cercare di individuare i correttivi adatti ad un più efficace funzionamento delle istituzioni

Nel 1946 i Costituenti, dopo vent’anni di dittatura, scelsero un Presidente del Consiglio “primus inter pares”; più un coordinatore delle attività del Governo, invece che il vero propulsore. E lo lasciarono privo di alcuni strumenti che avrebbero potuto aumentarne l’efficacia dell’azione, e nello stesso tempo moderare sia la voracità dei partiti di maggioranza che le ambizioni dei singoli. Ecco, uno dei primi passi potrebbe essere quello di provare a fornirglieli. Penso, ad esempio, allo strumento della fiducia delle Camere, che potrebbe essere data al Presidente del Consiglio anziché a tutto il Governo; alla sfiducia costruttiva, per cui il governo cade solo se c’è una nuova maggioranza pronta a sostituirlo; alla possibilità di revoca dei ministri; a quella di poter chiedere nuove elezioni. 

Neanche la sinistra può sottrarsi a questa verifica e a questo dibattito, e meno che mai trincerarsi dietro slogan da rispolverare ogni volta che si accenna ad una modifica del quadro esistente, perché decenni di inazione produrranno inevitabilmente la conseguenza che le modifiche costituzionali verranno fatte brutalmente a colpi di maggioranza parlamentare. E quando l’opinione pubblica sarà esasperata, finirà per approvarle coi referendum. E sarà un guaio.
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Giorgio Alessandrini, 10 novembre 2023

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Giorgio Alessandrini

Analista dati delle politiche per il lavoro per la Regione Emila-Romagna. Ex funzionario amministrativo di INA-Assitalia, poi Generali. Appassionato delle vette e del mare; di emozioni; della vita. E di politica come strumento di risoluzione dei problemi reali.

© Giorgio Alessandrini 2017
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